Mata e Grifone – Tra moglie e marito, non metterci il naso

Noi siciliani abbiamo un sacco di manie di grandezza, inutile negarlo. Ma non è mica colpa nostra! Il fatto che i nostri avi erano i ciclopi e a reggere la nostra isola abbiamo l’enorme Tifeo avranno sicuramente influito. Per non parlare proprio di Messina, terra dei giganti Peloro e Zanclo che furono aiutati dal figlio degli dei, il corpulento Orione, a fondare la città. Anche i pescatori che si vantano delle proprie prede possono mettersi da parte, gli avi più grossi ce li abbiamo qui a Messina. E come dimenticare altri due mitici fondatori della città dello Stretto Mata e Grifone, enormi anche loro ovviamente.

E’ una delle più antiche tradizioni cittadine, una delle leggende più identificative del nostro territorio, ormai un must dell’agosto messinese, celebrata pochi giorni prima di Ferragosto. Su due destrieri si vedono sfilare trionfanti la giunonica e pallida regina e, a seguirla, il saraceno loricato e laureato. La loro storia ci è sempre stata raccontata da bambini, mentre a bocca aperta le loro ombre ci oscuravano il sole: “ Vedi a papà, lei è Mata, che facendo fare le preghierine al cattivissimo Grifone ha salvato la città dalle sue marachelle, poi se l’è sposato e ci hanno fatto tanti bimbi che sono diventati tutti i messinesi, così sono diventati re e regina della città”. Questa è la versione soft!

Alle medie, durante un progetto scolastico mirato alla redazione un libriccino sulle leggende della nostra terra, la classe ha approfondito un po’ di più. Questa è la versione ufficiale che tutt’oggi circola.

Poco prima dell’anno 1000, la Sicilia subiva il dominio saraceno, ma uno dei pochi baluardi a resistere all’occupazione era proprio Messina. Il massiccio e possente guerriero Hassam Ibn-Hammar, sbarcò a Rometta, avamposto arabo, per tentare l’impresa di conquistare la città, provando ad espugnarla dai monti Peloritani. Durante le sue scorrerie saccheggiò tutto il circondario cittadino seminando terrore, fino a prendere possesso di Dinnammare (località collinare), vetta dalla quale poteva controllare a vista la città per intero. Si dice che il toponimo derivi proprio dal nome del moro.

Durante uno dei raid alle porte di Messina, incontra una fanciulla dalla pelle color latte e dalle fattezze prosperose, che spaventatissima riesce a ripiegare subito entro le mura. Hassam se ne innamorò immediatamente. Si chiamava Mata (o Marta), di nobile casata, figlia di Cosimo II di Castellaccio (o Castelluccio), ricco signorotto locale, la cui zona di potere copriva l’area tra Montepiselli e Camaro (due quartieri), simboleggiata da uno dei tre castelli rappresentati dell’antico stemma messinese. Hassam abbassò la cresta, si recò da Cosimo e gliela chiese in sposa. Cosimo diede picche e nascose la figlia in una tenuta di campagna. L’arabo infuriato si accanì contro la popolazione messinese con maggiore violenza finché, sotto tortura uno dei contadini non confessò dove si fosse rifugiata. Trovò il casale e la rapì (c’aveva provato a fare il galante, ma quei bigotti dei suoceri l’avevano snobbato!). Durante la prigionia, si dice (si dice eh…) che Mata abbia resistito alle avances di Hassam rifugiandosi nella preghiera, e gli promise di accettare di sposarlo se si fosse convertito al cattolicesimo e avrebbe terminato le ostilità con la popolazione messinese. Allora il saraceno si fece battezzare e prese il nome di Grifo, ma data la sua mole, da tutti venne chiamato Grifone. Finalmente sposò la sua bella e cominciò a promuovere opere di bene per la cittadinanza. Dato il cambiamento radicale del gigante, ormai buono, Mata si innamorò di lui e dalla loro unione nacquero così tanti figli che ripopolarono l’intera città. Da allora, ogni agosto il sovrani fondatori passeggiano per la città passando per il quartiere di Camaro, preceduti da un cammello, di dimensioni ridotte rispetto ai loro, animato da due uomini al suo interno, che simboleggerebbe l’ingresso trionfale nel 1061, a Messina, del Gran Conte Ruggero il normanno, che liberò la città dalla dominazione araba. Lei con un corona turrita simboleggiante le maggiori fortezze della città, fiera e vittoriosa come ogni moglie che ha ragione sul marito, Lui con quel fascino esotico e il pettorale che ne evidenzia la prestanza, sfoggia una mazza nella mano sinistra, un serto d’alloro dorato in capo ed un orecchino che gli dà un tocco esoterico.

Alla leggenda furono affibbiati un sacco di significati collaterali, di cui la celebrazione dell’amore interrazziale è solo la più moderna. La giunonica Mata mi è sempre stata simpatica, un po’ cicciottella ma di polso, che un po’ si sacrifica per la sua città e un po’ riesce a trovare il sentimento anche nelle situazioni più violente, a testa alta sfila per la città precedendo il marito di colore fiera e regale fregandosene dei pettegolezzi di paese.

Mata

ATTENZIONE! Se questa storiella di girlpower vi è piaciuta, e se volete che questo mito resti impresso nella vostra memoria così, con candore infantile, FERMATEVI QUI, non continuate a leggere.

Perché? perché a me non tornano un sacco di cose di questa leggenda alla quale intellettualoidi che si improvvisano storici vogliono dare forzatamente una collocazione storica, un significato teologico, un rimando a personaggi e luoghi esistiti ed esistenti, e poi quel cammello lì non l’ho mai capito. Quindi, scappate finché siete in tempo, perché sto per dilungarmi moooolto con ricerche, cronache e scoperte che spoetizzeranno questa bella favoletta disneyana.

Se state leggendo ancora, ve la siete cercata. Beccatevi sto pippone!

Ogni favola ha la sua morale, un monito o quantomeno fonda le sue radici in un episodio storico che vale la pena di esser tramandato, e se da noi vien celebrato con cotanto fasto… io voglio trovarlo, saper dare una risposta a tutti i “comemai?” e i “perchè?”. Se esiste la curiosità patologica, ne sono affetta.

Come vi dicevo, un po’ di cose non mi convincevano molto riguardo il significato intrinseco della leggenda, ma di più nell’orgoglio con il quale Messina si fregia della loro paternità e vanta la sua rappresentazione e celebrazione. Perchè? Per quanto Messina sia stata una città cosmopolita, la componente cattolica integralista ed il sospetto per “lo straniero” non se l’è mai fatto mancare. Un chiaro esempio è la richiesta dei cittadini messinesi agli invasori mussulmani, durante le trattative per la resa, di uno specifico privilegio, che tra gli altri spicca per xenofobia: che la loro popolazione e quella peloritana vivessero separate. Non mi sembra molto in linea con l’esempio di accoglienza di cui si fece bandiera Mata; a questo punto avrebbero dovuto disprezzare anche lei, no? E si viene a tramandare con così tanta fierezza un re nero? Poi da quando in qua la regina precede il re nelle sfilate? D’accordo che sei diventato buono Grifone, ma per l’emancipazione femminile dobbiamo aspettare qualche secolo.

Ho scartabellato su internet e letto ottanta versioni dello stesso racconto fino a farmi uscire il fumo dalle orecchie. Tutti questi testi, in maniera molto superficiale spiegavano che la storia dei padri fondatori giganti è stata riportata in auge durante il XVI secolo, periodo in cui la rivalità tra Messina e Palermo per aggiudicarsi il posto di captale del vice regno spagnolo era accesissima. Ognuna delle città depositava al tribunale di Catania ricerche storiche dei loro migliori umanisti che avvalorassero un grado maggiore di nobiltà della propria città sull’altra. Fu il periodo in cui furono tirate fuori dal cilindro le leggende che collegavano la nascita della città alla mitologia greca e romana, storie che confermassero l’acume e la superiorità d’intelletto e di stirpe della popolazione indigena. Si cercava in ogni occasione un collegamento con il classico, materia principe dell’umanesimo, o, ancora meglio, con le generazioni susseguitesi nel Vecchio Testamento. Si cominciarono in quel periodo a studiare la numismatica classica, a scovare concittadini illustri (vedi la ricerca spasmodica di un legame con la poetessa Elpide) e far sfoggio della benevolenza di Dio e di sua Madre, degli Dei e dei loro figli. Questo il periodo in cui Montorsoli creò la fontana di Orione e Nettuno, in cui il Senato messinese promuoveva la città con carri trionfali di “design” per l’ingresso di Carlo V e in cui prendeva forma e significato la Vara di Ferragosto. Ora, una cammarota, e un turco… perché dovrebbero essere celebrati tra i figli degli dei e la devozione all’Assunta? Ma proprio nessuno ha pensato di celare questa storia che (vista l’ignoranza che dilagava riguardo l’ illustre cultura araba) tutto faceva eccetto che nobilitare le nostre origini, proprio nel secolo in cui, da Messina, partì la flotta che sconfisse i turchi durante la battaglia di Lepanto!?

Grifone

Altra cosa fondamentale che non mi torna è quel dannato cammello che a detta di tutti dovrebbe essere simbolo della liberazione dal dominio arabo e trionfo di Ruggero che riuscì a sgominare l’oppressione dei mori. Dove avete mai visto sfilare in trionfo una cavalcatura senza il suo cavaliere? Si è mai sentito un normanno sul cammello? E un re che celebra i suoi sconfitti? Perché i giganti restano comunque di dimensioni enormi, e il cammello è piccolo, spoglio e in pratica non se lo fila nessuno, parliamoci chiaro. Consideriamo anche che i saraceni, e quindi anche Hassam, entrarono in città intorno all’anno 970, Ruggero invece entra in città nel febbraio 1061, i coniugi dovevano averlo incontrato da ultracentenari, e data l’età media di un uomo del medioevo, mi sembra poco probabile. Riguardo la figura di Ruggero lo si ricollega solitamente al Matagrifone: si tratta di una fortezza costruita sul colle di fronte al porto di falcato, dalla quale attaccò a distanza i greci bizantini (chiamati all’epoca “grifones”), classe dominante che opprimeva la città, rifugiatisi presso il monastero del San Salvatore, proprio sulla punta della penisola. Perfetto! Siamo all’apice del caos! Per infilarci l’evento storico nella leggenda non ci hanno fatto capire più nulla. E’ evidente che “Matagrifone” è l’unione dei nomi dei due giganti… o viceversa i giganti prendono il nome dalla divisione del castello? Poi, sti greci nella storia dei giganti non vengono nominati mica! E, per la cronaca, a spaventare i greci ci ha pensato Riccardo Cuor di Leone a dire il vero…

Spulciando e spulciando mi rendo conto che in numerosi paesi in Calabria, Palmi e Bagnara ad esempio, celebrano i nostri fondatori. Perché di grazia? Queste tradizioni eppure sono arrivate sull’altra sponda in qualche modo, ma addirittura celebrare Messina dall’altra parte dello Stretto non lo capisco.

La prima cosa che ho fatto per chiarirmi un pò le idee è stata affidarmi ai miei Pacidi, Placido Reina e Placido Samperi, cronisti della città di Messina del 1658 uno e del 1644 l’altro volume, per capire l’aria che tirava in città riguardo questo negro che circola in città dominando le feste estive. Con sorpresa non trovo né il suo nome né quello della moglie. Gli epiteti che gli erano stati attribuiti fino al XVIII secolo sono erano quelli di Cam, Zanclo, Saturno e Messenio per l’uomo, Rea o Cerere o Cibele per la donna. Solo negli scritti di alcuni viaggiatori esteri, come Houel e Saint-Non compaiono i loro attuali nomi, rispettivamente trascritti nel 1776 e 1785.

Essendo sbucati nel tardo 700 questi nomi si va ad abbattere anche l’ultima storicizzazione strampalata di turno, cioè quella che Grifone sia il simbolo della Chiesa ortodossa e Mata la personificazione della Chiesa latina cristiana che trionfa sulla orientale, anche qui ricollegandosi alla fortificazione costruita dal re normanno. Ok, non sono personaggi reali, ma cerchiamo di contestualizzarli all’interno del loro periodo storico con criterio! Che il nome moderno possa derivare dalla fortezza a dominio della città è possibile, ma perché dare a questi due una valenza che alla fine del medioevo, periodo di rivalità tra i due culti, in realtà non avevano? Un gigante che si chiamava Zanclo quando arrivò il Conte liberatore, che connessione può avere con i grifones ortodossi? Per mister sottuttoio addirittura sarebbe stato questa l’interpretazione per il quale il mito sconfinò dalla Sicilia, peccato sia arcinoto che la storia attraversò il mare prima del XVIII secolo!

Lo vedo che siete stremati da tutte queste date ed incongruenze, quindi, chiuderei qui l’articolo con una domanda per voi. Vi ho incuriosito? Vorreste saperne di più? Scrivetemelo qui sotto perché io già un po’ di ricerca l’ho fatta ed ho scoperto qualcosa che ci schiarirebbe le idee…

Sitografia e Bibliografia:

http://www.treccani.it/enciclopedia/cam_%28Enciclopedia-Italiana%29/

http://www.mataegrifone.net/ricerche/Le%20machine%20festive%20Messinesi%20%20Vara%20-%20Giganti%20e%20Cammello.pdf

http://www.granmirci.it/MATAGRIFONE.htm

https://www.citynow.it/u-giganti-gigantissa-la-storia-damore-mata-grifone-vive-ancora-borghi-della-calabria/

https://maveq-gentedimare.blogspot.com/2011/02/la-leggenda-di-mata-e-grifone.html?fbclid=IwAR18UczuvXYLyAK9cT-XFPOMuThKPZNIRENg4tjHgBP9-GCA-red9hz06HE

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